Recensioni

Lettera a un bambino mai nato, Oriana Fallaci

Buongiorno! Oggi vi scrivo quelle che sono state le mie impressioni su Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci. Questo è il primo libro che leggo della Fallaci, devo ammettere che l’ho sempre lasciata da parte perché non condivido le sue posizioni sull’ Islam, ma essendo una delle giornaliste italiane più conosciute al mondo, non potevo non leggerla. Ho deciso quindi di iniziare la lettura dei suoi libri da questo e devo ammettere di essere rimasta positivamente colpita. Vi lascio qui sotto come al solito trama e recensione. Voi l’avete letto? Opinioni?

copTrama: Il libro è il tragico monologo di una donna che aspetta un figlio guardando alla maternità non come a un dovere ma come a una scelta personale e responsabile. Una donna di cui non si conosce né il nome né il volto né l’età né l’indirizzo: l’unico riferimento che viene dato per immaginarla è che vive nel nostro tempo, sola, indipendente e lavora. Il monologo comincia nell’attimo in cui essa avverte d’essere incinta e si pone l’interrogativo angoscioso: basta volere un figlio per costringerlo alla vita? Piacerà nascere a lui? Nel tentativo di avere una risposta la donna spiega al bambino quali sono le realtà da subire entrando in un mondo dove la sopravvivenza è violenza, la libertà un sogno, l’amore una parola dal significato non chiaro.

Recensione: Il libro inizia con una donna che scopre di aspettare un bambino e con la sua paura più grande, non quella di Dio o del dolore, ma quella del bambino. La domanda che si è sempre fatta è se sia giusto decidere di mettere al mondo un bambino, se lui ne sarà felice o se lei verrà rimproverata per questa decisione. La donna ha un visione pessimistica della vita e oscilla tra momenti in cui non vorrebbe far nascere il bambino perché la vita lo farebbe soffrire a momenti in cui chiede scusa per il solo pensiero di poterlo buttar via. La donna è circondata da persone che cercano di decidere per lei, il padre del bambino e l’amica che le consigliano l’aborto, il medico che la tratta male solo perché senza compagno, il datore di lavoro che le fa vedere nel bambino un ostacolo al lavoro. Tuttavia la donna è consapevole di non voler abortire, ma anche di non poter stravolgere la sua vita, di non poter abbandonare il suo essere donna, indipendente e lavoratrice. Il libro si chiude con un processo nel quale la donna è l’imputata e la giuria, composta dai due medici che l’hanno seguita, i genitori, il padre del bambino, l’amica e il suo bambino, deve esprimersi sui suoi comportamenti. Il libro non da risposte, il libro pone delle domande, invita a scavare dentro se stessi e a porsi il dubbio se sia giusto o sbagliato mettere al mondo un figlio. Nel dialogo col nascituro vengono trattati temi profondi come la disparità tra uomo e donna, la guerra e la differenza tra ricchi e poveri.Un concentrato di dubbi, paure, amore e pessimismo che invita il lettore a riflettere, una scrittura semplice, diretta e scorrevole. Consigliato “a chi non teme il dubbio, a chi si chiede i perché senza stancarsi e a costo di soffrire, di morire. A chi si pone il dilemma di dare la vita o negarla.”

Tratto dal libro: “L’uguaglianza, figlio, esiste solo dove sei tu: come la libertà. Nell’uovo e basta siamo tutti uguali. Ma è proprio il caso che tu venga a conoscere tali ingiustizie, tu che lì vivi senza servire nessuno?”

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