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Recensione | Ogni mattina a Jenin, Susan Abulhawa

Buongiorno ragazzi! Oggi vi parlo di Ogni mattina a Jenin, libro acquistato usato l’anno scorso e che ho finalmente trovato il tempo di leggere. Il libro tratta della questione palestinese, ne ho sentito sempre parlare benissimo e la lettura ha addirittura superato le aspettative, quindi se non lo avete ancora letto, fatelo!

9788807018459_0_0_300_80Titolo: Ogni mattina a Jenin
Autore: Susan Abulhawa
Editore:  Feltrinelli
Pagine: 390
Prezzo: € 14.45 (Ibs)

Trama:  Un romanzo struggente che racconta con sensibilità e pacatezza la storia di quattro generazioni di palestinesi costretti a lasciare la propria terra dopo la nascita dello stato di Israele e a vivere la triste condizione di “senza patria”. Attraverso la voce di Amal, la brillante nipotina del patriarca della famiglia Abulheja, viviamo l’abbandono della casa dei suoi antenati di ‘Ain Hod, nel 1948, per il campo profughi di Jenin. Assistiamo alle drammatiche vicende dei suoi due fratelli, costretti a diventare nemici: il primo rapito da neonato e diventato un soldato israeliano, il secondo che invece consacra la sua esistenza alla causa palestinese. E, in parallelo, si snoda la storia di Amal: l’infanzia, gli amori, i lutti, il matrimonio, la maternità e, infine, il suo bisogno di condividere questa storia con la figlia, per preservare il suo più grande amore. La storia della Palestina, intrecciata alle vicende di una famiglia che diventa simbolo delle famiglie palestinesi, si snoda nell’arco di quasi sessant’anni, attraverso gli episodi che hanno segnato la nascita di uno stato e la fine di un altro. In primo piano c’è la tragedia dell’esilio, la guerra, la perdita della terra e degli affetti, la vita nei campi profughi, condannati a sopravvivere in attesa di una svolta.

Recensione: Ogni mattina a Jenin racconta la storia della famiglia Abulheja attraverso la voce narrante di Amal, nipote del patriarca della famiglia. Attraverso la storia di quattro generazioni, l’autrice ci racconta 60 anni della storia palestinese, le vicende personali si intrecciano a quelle storiche e quel che ne viene fuori è un quadro storico preciso nel quale si sviluppano le vicende non solo della famiglia Abulheja, ma di tutto il popolo palestinese.
Attraverso Amal viviamo l’esodo della sua famiglia nel 1948, la guerra dei sei giorni nel 1967, il settembre nero in Giordania nel 1970, il massacro di Sabra e Shatila nel 1982. Si parla di Olp, di terrorismo e della vita nei campi profughi. Un susseguirsi preciso di fatti storici che tuttavia non appesantiscono il racconto, il quale scorre veloce grazie soprattutto alla scrittura dell’autrice.

Una volta iniziato il libro non si riesce più a smettere, ci si immerge totalmente nella vita dei protagonisti del libro. La paura della guerra, le difficoltà di vivere in un campo profughi, l’amicizia, la scoperta dell’amore e la speranza in futuro migliore; un caleidoscopio di emozioni e sentimenti che non possono lasciare indifferenti.

Ogni mattina a Jenin è un romanzo pieno di dolore, violenza, risentimento e distruzione, ma anche di speranza, amore, amicizia e perdono. Un romanzo che pone l’accento sul tema dei profughi, su cosa significhi essere privati della propria terra, delle proprie case e delle proprie vite e di come gli occidentali troppo spesso si girino dall’altra parte e facciano finta di non vedere tragedie che, seppur lontane, dovrebbero riguardare tutti.

“La nostra rabbia è un furore che gli occidentali non possono capire. La nostra tristezza può far piangere le pietre.”

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